La frase che segue è vera. La frase che precede è falsa.
Voglio andare a vivere in CAMPAGNA (o dell'io sono vivo e sono qui)


Posate le posate (postate)

In effetti, dopo aver provato a mangiare con le mani, solamente con le mani, per 15 giorni interi, ci si interroga con maggiore attenzione sulla questione del portare il cibo alla bocca.
Guidato dalla serendipità, poi, sono venuto negli ultimi giorni a conoscenza di almeno tre superlativi esempi di posate "creative" che offro al mio gentile pubblico così, come reale preludio ad un immaginario invito a cena.
In ordine di genialità:
Air Fork One (Fourchette de secours pour parents désespérés… )
Din-Ink (Vincitore di dining in 2015 al Macef)
Il divo Julio (o dell' "E Dalì?" "È di là, al buffet!")
Ognuno ha le sue bussole e i suoi barometri, quanto a me, Dalì mi è sempre servito per indovinare l’orientamento di chi lo giudica. Quando voglio capire d’acchito una persona che mi viene presentata senza grandi referenze, cerco di tirar fuori Dalì da un cassetto della conversazione. Se mi dicono (sintetizzo un’opinione che può durare dieci minuti): “ È un grandioso figlio di buona donna”, sento che c’è contatto e che tutto può andare bene. Se invece la risposta è un secco: “A parte la sua pittura, è un essere moralmente deprecabile”, chiudo il cassetto e me ne vado il prima possibile perché è chiaro che mi è toccato sopportare un benpensante, ed è una delle cose che più mi costano nella vita.

Julio Cortázar - Salvador Dalì, sa dar valori, in Ultimo Round, Alet, Padova 2007, trad. di Eleonora Mogavero.
...eppure ce le avevo qua un attimo fa...
(per l'11, e tutti gli altri 11)
Anticipazioni (o del pesce che puzza dalla testa)
Appena posso/riesco, cambio header...
Pianura, Leonia, Cercola, Poggioreale (o della premonizione)
La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall'involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche che dall'ultimo modello d'apparecchio.
Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d'ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo i tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d'imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose di ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l'opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero, come dicono, il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l'espellere, l'allontanare da sé, il mondarsi d'una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell'esistenza di ieri è circondato d'un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s'espande, e gli immondezzai devono arrestrare più lontano; l'imponenza del gettito aumenta e le cataste s'inalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l'arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermantazioni e combustioni. E' una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risutlato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d'ieri che s'ammucchiano sulle spazzature dell'altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri.
Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell'estremo crinale, immondezzai d'altre città, che anch'esse respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell'una e dell'altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
Più ne cresce l'altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d'anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.
Italo Calvino - Le città invisibili - 1972

Ruttini (o dello sperimentalismo come in cucina).
Se prendo in considerazione i miei romanzi, senza considerare l’unico terrificante sforzo che m’ha fruttato un po’ di soldi, mi vedo tristemente vicino allo stereotipo dell’intellettuale radicale che protesta contro qualcosa, forse la tradizione, e crede di avere scoperto un nuovo continente narrativo, arrogando si il diritto di abbattere quelle stesse barriere formali che giustificano la sua esistenza in quanto artista.
Si dà il caso, però, che non sempre lo sperimentalismo sia rivolto in avanti, e forse io stesso ho male interpretato i miei esperimenti per tutta la vita, continuando invece ad avallare la tradizione che fingevo di sfidare, posto che la tradizione abbia bisogno del mio avallo.
Rileggo quell’intervento che sostengo di aver buttato giù con tanta fretta e mi rendo conto che le epifanie sono come il cibo troppo speziato, rinvengono senza sosta.
Percival Everett - Cancellazione
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"Già, - sorrise l’arcivescovo, - a che punto è la notte? Dev’essere quasi giorno, ormai".
Dai finestroni infranti della chiesa, orlati di aguzzi spuntoni di vetro, cominciava a colare qualcosa che non era ancora luce ma una torbida trasudazione della notte, un siero opaco; e stridori di tram, rombi di motori, cominciavano a traversare quel fallimento d’alba.
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